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CESARE PAVESE E LE STRADE DEL MONDO
Sedicesima rassegna di saggi internazionali di critica pavesiana
Anno: 2016
Pagine: 208
Prezzo: € 15,00
ISBN: 9788899775049
Codice catalogo: 609
Ambito di ricerca: Letteratura e critica letteraria
 CESARE PAVESE
e le strade del mondo
 
 
INDICE
 
Introduzione
Primo Levi, Carlo Levi, Cesare Pavese: «spettroscopia» della «civiltà occidentale» (Antonio Catalfamo);
Franco Ferrarotti - ricordando Cesare Pavese (Intervista rilasciata a Roberto Coaloa) ;
«Inquietante bellezza»: marginalia a La Nekyia omerica (Odissea XI) nella traduzione di Cesare Pavese, a cura di Eleonora Cavallini (Enrica Salvaneschi);
Tra donne sole di Cesare Pavese: un viaggio a ritroso nella bildung femminile (Dušica Todorovic´ );
La cognizione del dolore: Cesare Pavese letto da Michelangelo Antonioni (José Abad);
Figure di bambini ne La casa in collina e ne La luna e i falò (Irena Prosenc);
Cesare Pavese: incontri e spazi altrui. La spiaggia (Graciela Beatriz Caram Catalano);
Memoria e amicizia: figure di Cesare Pavese in Natalia Ginzburg (Hebe Silvana Castaño);
Selvoso e deserto (Trasformazioni dello spazio poetico in Pavese) (José Manuel de Vasconcelos);
Aspetti della matrice diaristica nel Mestiere di vivere di Cesare Pavese (Višnja Bandalo);
Pavese in Argentina: note sulla sua ricezione (Silvia Cattoni, Bibiana Eguía);
La ricezione di Cesare Pavese in Albania (Irena Lama);
 
 
INTRODUZIONE
 
Cesare Pavese preferiva viaggiare sul mappamondo, come l’Ariosto.Si è spostato raramente nella sua vita, per brevi tragitti. Ha affidato i grandi viaggi ai sogni, a figure come il cugino Silvio de I mari delSud, alle sue traduzioni degli scrittori americani, come Melville, autore di Moby Dick, allo studio tenace sui libri, che gli consentiva di conoscere a memoria l’incrociarsi di streets ed avenues a New York, senza essere mai stato in quella metropoli. Per il resto, è rimasto confinato nel suo mondo piemontese, tra Torino e Santo Stefano Belbo. Egli fa dire ad Anguilla, protagonista dell’ultimo romanzo, La luna e i falò:
 
Da quando, ragazzo, al cancello della Mora mi appoggiavo al badile e ascoltavo le chiacchiere dei perdigiorno di passaggio sullo stradone, per me le collinette di Canelli sono la porta del mondo
(Cesare Pavese, La luna e i falò, Einaudi, Torino, 1950; ma si cita sin d’ora             dall’edizione Einaudi 2000, p. 13).
 
                     Anguilla aggiunge:
 
Così questo paese, dove non sono nato, ho creduto per molto tempo che fosse tutto il mondo. Adesso che il mondo l’ho visto davvero e so che è fatto di tanti piccoli paesi, non so se da ragazzo mi sbagliavo poi di molto (Ivi, p. 12).
 
 
Nell’opera di Pavese è, per l’appunto, presente questa doppia dimensione: particolare e universale. Infatti, essa è profondamente legata al territorio di riferimento, quello piemontese, oscillante – dicevamo – tra città e campagna, tra la Torino in cui egli vive e lavora e le Langhe, in cui è nato e a cui lo legano intensi ricordi d’infanzia, molto importanti nell’ambito della sua teoria del mito, che assegna un ruolo decisivo alle esperienze vissute nei primi anni. Ma, nel contempo, essa assume una dimensione universale, affronta gli eterni problemi che assillano l’intera umanità, nel corso della sua storia ultramillenaria.
Ed è questo il segreto del suo successo nel mondo, che perdura nei decenni, anzi si accresce nel tempo. Come tutte le grandi opere, rappresenta l’uomo contemporaneo e, nello stesso tempo, quello che Lukács ha definito l’«eterno uomo ideale», con i suoi valori, le sue gioie e le sue drammatiche sofferenze.
Una conferma di tutto ciò viene dall’attività instancabile dell’«Osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo», che ha documentato, nei quindici volumi fin qui pubblicati, a partire dal 2001, con rigorosa cadenza annuale, come in tutti i continenti l’attenzione critica per l’opera di Cesare Pavese non si sia mai spenta, anzi dia vita continuamente a nuove riflessioni e a nuovi contributi.
Un’ulteriore conferma viene ora da questo sedicesimo volume, come abbiamo voluto sottolineare sin dal titolo. Pavese, per l’appunto, si aggira per le strade del mondo, come uno dei suoi «scappati da casa ». La sua opera viene analizzata con acribia in tutti i Paesi, dalla penisola balcanica (Albania, ex Jugoslavia, e, segnatamente, Serbia, Slovenia, Croazia) alla penisola iberica (Spagna e Portogallo), alle lontane Americhe, nelle quali il cugino Silvio diede la caccia alle balene.
Conformemente a quello che abbiamo scritto ed evidenziato, le «grandi questioni» che entusiasmano o affliggono l’uomo sono affrontate nei vari saggi qui proposti, sin dal primo, a nostra firma, che inserisce uno studio «intertestuale» tra l’opera di Cesare Pavese e quella di Primo Levi (con alcune riflessioni riguardanti anche Carlo Levi) nell’ambito di grandi problematiche, quali il rapporto con il territorio, il rapporto tra mito e realtà, tra razionale e irrazionale, che stanno alla base della cosiddetta «civiltà occidentale», comprese le sue degenerazioni aberranti, come lo sterminio perpetrato nei campi di concentramento nazisti. La configurazione del mito nell’opera di Pavese è al centro pure dell’intervista rilasciata a Roberto Coaloa da Franco Ferrarotti, che inserisce sapientemente questo tema all’interno di una testimonianza preziosa relativa ai rapporti culturali e di amicizia che il grande sociologo ebbe con lo scrittore langarolo, ma anche nel quadro di un discorso complesso e irto di pericoli riguardante il ruolo dell’irrazionalismo nella filosofia occidentale. Tale testimonianza integra ed arricchisce quelle rese dal Nostro nei volumi precedenti.
Il modo originale di accostarsi al mito da parte di Pavese sta alla base del saggio di Enrica Salvaneschi, che prende le mosse, per una riflessione personale, dal volume La Nekya omerica (Odissea XI) nella traduzione di Cesare Pavese( Eleonora Cavallini (a cura di), La Nekya omerica (Odissea XI) nella traduzione di Cesare Pavese, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2015), uscito nel 2015 a cura di Eleonora Cavallini. Gli studi della Salvaneschi e della Cavallini sono particolarmente importanti in questo momento, in cui vedono la luce scritti che, in linea di continuità con il passato, mettono in discussione la validità delle traduzioni dal greco effettuate da Pavese. Ancora una volta, l’«Osservatorio permanente», attraverso i suoi collaboratori, dà un contributo innovativo al dibattito critico.
 
Dušica Todorovic´, approfondisce, attraverso un metodo critico d’impronta psicologica, il ruolo della presenza femminile nel romanzo pavesiano Tra donne sole. È questo un argomento che abbiamo trattato dettagliatamente in altri volumi, da varie prospettive, fra le quali quella del «travestitismo letterario», articolata soprattutto dalla scuola anglosassone (Rossella Riccobono, Rappresentazioni di sé e l’affiorare di una coscienza di classe in La bella estate, in AA.VV., Cesare Pavese: il mito, la donna e le due Americhe. Terza rassegna di saggi internazionali di critica pavesiana, a cura di Antonio Catalfamo, I Quaderni del CE.PA.M., Santo Stefano Belbo (Cuneo), 2003, pp. 121-131).  Il saggio della Todorovic´_apre nuovi orizzonti critici.
Anche José Abad concentra la sua attenzione su Tra donne sole, ma dal punto di vista della versione cinematografica, realizzata nel 1955 da Michelangelo Antonioni, con il titolo Le amiche, sottolineando acutamente le differenze tra quest’ultima e il romanzo pavesiano.
Se Dušica Todorovic´_ha analizzato l’universo femminile, così come emerge da Tra donne sole, Irena Prosenc si occupa delle figure di bambini presenti ne La casa in collina e ne La luna e i falò, con particolare riferimento al rapporto che si instaura tra adulti e bambini nei due romanzi, vale a dire tra Corrado e Dino nel primo di essi e tra Anguilla e Cinto nel secondo. Ci pare che si tratti di una prospettiva alla quale la critica sinora aveva prestato scarsa attenzione.
Assolutamente originale è pure il saggio di Graciela Beatriz Caram Catalano, anch’esso incentrato sui rapporti interpersonali, così come emergono dal romanzo pavesiano La spiaggia. L’originalità consiste nell’applicazione del metodo critico dell’«imagologia» ai rapporti tra l’«io» e l’«altro», visti attraverso una valorizzazione della componente geografica, sfuggendo, però, con sapienza interpretativa, ai pericoli insiti in tale metodo, denunciati da Bertrand Westphal, secondo il quale l’«imagologia», così come la «xenologia», nell’analizzare il «divario» tra il «soggetto osservante» e l’«oggetto osservato», vale a dire tra l’«io» e l’«altro», finisce per presumere, nelle sue applicazioni estreme, «che i luoghi non possano fondersi in uno spazio umano globale»( Bertrand Westphal, La geocritica, un approccio globale agli spazi letterari, in AA.VV., Il senso dello spazio. Lo spatial turn nei metodi e nelle teorie letterarie, a cura di Flavio Sorrentino, Armando editore, Roma, 2010, p. 118). . La conseguenza di tale estremizzazione è la legittimazione del razzismo  Tutt’altri connotati assume questo metodo critico nelle mani lievi della Caram Catalano.
Hebe Silvana Castaño si occupa di un aspetto particolare dei rapporti interpersonali, vale a dire dei rapporti di amicizia, nell’ambito dei quali inserisce quello intercorrente tra Cesare Pavese e Natalia Ginzburg, rievocato da quest’ultima attraverso due testi, Ritratto d’un amico e Il mio Pavese. Rispettare i morti, ormai famosi, ma che la studiosa argentina sottopone ad analisi da un angolo visuale nuovo. La ricostruzione della personalità pavesiana fatta dalla scrittrice amica avviene attraverso il filtro della memoria – perdipiù della memoria artistica –, il quale conferisce alla testimonianza una dimensione non solo biografica, ma anche autobiografica. La Ginzburg, attraverso il ritratto dell’amico morto, esprime nostalgia per un’esperienza, non solo esistenziale, ma anche letteraria, che si può considerare ormai «andata» e che accomuna, oltre a lei e a Pavese, tutta una generazione di intellettualimilitanti, i quali operavano a Torino attorno alla casa editrice Einaudi. Nostalgia, dunque, per tutto un mondo umano e artistico ormai scomparso, in una società che stava trasformandosi rapidamente.
José Manuel de Vasconcelos procede ad una rivalutazione della poesia di Pavese, che di solito, sulla scorta di autorevoli giudizi critici condizionanti, come quello di Emilio Cecchi, viene considerata ancor  oggi come secondaria rispetto alla produzione narrativa dello scrittore langarolo. Quella di Vasconcelos è, essenzialmente, una lettura in chiave esistenziale della poesia pavesiana, vista come espressione delle contraddizioni dell’artista e dell’uomo, che portano alla solitudine, con l’inevitabile, tragico epilogo. L’autorevole critico giunge alla conclusione che «la maturità dello scrittore consiste in fondo nel raggiungimento della consapevolezza dell’ineluttabilità».
In bilico tra arte e vita, tra «processo inventivo» e «sfera esistenziale» si colloca, secondo Višnja Bandalo, Il mestiere di vivere di Cesare Pavese, che la studiosa croata analizza nell’ambito del genere diaristico, evidenziandone i tratti originali.
In conclusione, Silvia Cattoni e Bibiana Eguía offrono un’ampia panoramica della ricezione di Pavese in Argentina e Irena Lama della sua presenza in Albania. Emerge da questi studi dettagliati rispettivamente che il Nostro è uno degli scrittori italiani del Novecento più conosciuti ed apprezzati in Argentina e che la sua opera – in particolare quella poetica – è penetrata nel Paese delle aquile, che pure è stato pregiudizialmente considerato dalla cultura occidentale chiuso ad ogni confronto con altre civiltà, soprattutto nella fase del regime comunista. Assistiamo, ancora una volta, alla messa in discussione, da parte dell’«Osservatorio permanente», di consolidati luoghi comuni.
Precisiamo, infine, che pur nell’ambito di un processo generale di omogeneizzazione, si è cercato di rispettare il sistema di note utilizzato dai vari collaboratori.
Il curatore